Nell’Officina dello Scrittore

Traduzione e cura di Lucio Coco

By (author) Thomas Mann Edited by Lucio Coco

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Publisher: Casa Editrice Leo S. Olschki

Subjects: Literary Studies

Series: Particelle elementari

Language: Italian

Paperback (Published)

(February 2026)

ISBN: 9788822295293

4.7244 x 6.7 inches

Price: $15.00

In stock

Quali erano i vezzi, i tic, i riti di Thomas Mann? Grazie a questo libretto, che raccoglie alcuni suoi materiali inediti sul lavoro dello scrittore, entriamo di soppiatto nello studio dell’autore de I Buddenbrook e de La morte a Venezia, dove egli si rivela ai nostri occhi nella sua intimità creativa: l’ispirazione alla scrittura – afferma – è soggetta all’ambiente, alle ore di sonno, alla dieta, al caffè, alle sigarette fumate in corso d’opera, come se la carta richiedesse il fumo, in una combinazione quasi alchemica che rimanda inconsapevolmente alla creazione e anche alla distruzione. Un misterioso cortocircuito dalla cui scintilla può nascere il capolavoro.

Uno stato d’animo creativo è originato dal riposo, dalla freschezza, dal lavoro quotidiano, dalle passeggiate, dall’aria pura, da poche persone, da buoni libri, da pace, pace…
Thomas Mann

What were Thomas Mann’s quirks, tics, and rituals? This short collection brings together some of his unpublished material about writing and sheds light on the intimate creative habits of the author of Buddenbrooks and Death in Venice. According to Mann, a writer’s inspiration is subject to the environment and depends on the hours of sleep, on one’s diet, on coffee and the cigarettes smoked during the work, as if the paper required smoke in an almost alchemical combination that unconsciously refers to both creation and destruction. It is from this mysterious short-circuit that the spark for a masterpiece may arise.

  • By (author) Thomas Mann
  • Edited by Lucio Coco

Come e quando si mette al lavoro uno scrittore? Dostoevskij preferiva la notte e la postura era febbrile, inquieta. Un altro amante della vita, Hemingway, optava per la mattina presto e si tirava su dalla pagina quando sapeva come avrebbe continuato il giorno dopo: il resto della giornata era, per l’appunto, vita, ricca di eventi ed esistenti, altrimenti rischiava di restare vuoto il serbatoio cui attingere immagini e idee. Thomas Mann prediligeva la scrittura di un paio di pagine in orario antimeridiano (che correggeva il giorno dopo prima di continuare) e per il resto della giornata si concedeva poche chiacchiere, poche persone, solitudine e aria pura, riposo e passeggiate, buoni libri e pace, tanta pace. Procedendo in tal senso, quello che hai da scrivere, ti si scrive in testa prima che sulla pagina. Ma questo lo pensavano pure scrittori dalla condotta meno lineare. Baudelaire, 15 aprile 1846: «La toile doit être couverte – en esprit – au moment où l’écrivain prend la plume pour écrire le titre».

Poi, certe volte, un po’ di champagne, una birretta possono anche esser d’aiuto: ti possono calmare, ti impediscono di scappare, ti sostengono nello sforzo di finire una poesia, un racconto, anche di sera, di notte. Detto questo, di primaria importanza, per Mann, è il restare lucidi e, di conseguenza, essere ben riposati, freschi, come l’aria della mattina. Per (nostra) fortuna lo scrittore tedesco evoca anche un suo difetto: non riesce a non mangiare bene e questo, c’è poco da fare, è un limite evidente per chi vuole scrivere, è una «mancanza di disciplina igienica», è «assenza d’amore per la saggezza». E nella stessa confessione rientrano poi i veleni del caffé e del fumo.

Ma dove si deve scrivere? Al coperto: bisogna avere un tetto sulla testa! E su e con che cosa si scrive? Su della carta bianca e liscia e con una penna nuova, che si nutra di inchiostro fluido. Se agli ostacoli interni si aggiungono gli esterni, è finita.

E quali sono le parti del testo in cui Mann eccelle, scivolando rapido sulla pagina? I dialoghi! Mentre la descrizione (la parte che un lettore medio tendenzialmente salta, ce lo ricordava l’amico Pierluigi Pellini un po’ di tempo fa) non fa che rallentare. E tuttavia la vera difficoltà, per Mann, consiste nello scrivere ciò che è astratto, ciò che riguarda l’aspetto morale del racconto. E infine sono noiose – e a tal punto da toglierti la voglia di rileggere il testo finito – le bozze, che bisogna vedere solo per la correzione dei refusi e non per migliorare un libro che appartiene già al passato.

Ovviamente, se uno non ha una sua disciplina, un’idea di lavoro che è anche materiale (checché ne pensi, ancora oggi, la maggior parte delle persone), e mira a un’utilità coerente e immediata, è meglio lasciare perdere.

Sono sette pezzi (apparentemente) facili, brevi e dispersi, del famoso scrittore tedesco – autore dei Buddenbrooks (1901) e di Der Zauberberg (1920) – che racconta un po’ del suo modo di lavorare e offre qualche consiglio.

— Francesco Sasso

C’è una domanda che attraversa generazioni di lettori, aspiranti scrittori e curiosi della letteratura: come nascono davvero i grandi libri? Non soltanto da un talento astratto o da un’illuminazione improvvisa, ma da una rete fittissima di abitudini, rituali, tic quotidiani, ossessioni e fragilità. La scrittura, prima di essere un atto estetico, è un gesto umano, fisico, persino domestico.

È da questa curiosità profonda che prende forma Nell’officina dello scrittore, un libretto prezioso che apre le porte del laboratorio creativo di uno dei più grandi autori del Novecento. Non un manuale di tecnica narrativa, ma un invito a osservare la scrittura nel suo farsi, tra disciplina ferrea e misteriosi cortocircuiti interiori.

Come scrivono i grandi scrittori? Entrare nel laboratorio segreto della scrittura

“Nell’officina dello scrittore” di Thomas Mann, Olschki è un libro piccolo solo in apparenza. In realtà è una chiave d’accesso privilegiata a una delle domande più affascinanti della letteratura: come si scrive davvero? Non offre formule magiche, ma restituisce la scrittura alla sua dimensione più autentica, fatta di disciplina, fragilità e mistero.

È una lettura che parla agli scrittori, ma soprattutto ai lettori. Perché conoscere il lavoro nascosto dietro un capolavoro significa imparare a leggere con maggiore consapevolezza, rispetto e meraviglia. E forse capire che ogni grande libro nasce, prima di tutto, da un essere umano che ha accettato di restare a lungo, ostinatamente, nella propria officina interiore.

In “Nell’officina dello scrittore” di Thomas Mann, Olschki, ci troviamo di fronte a un testo breve ma densissimo, che raccoglie materiali inediti e riflessioni legate al lavoro quotidiano dello scrittore. Non si tratta di un’autobiografia né di una lezione teorica, ma di un vero e proprio affaccio sull’intimità creativa dell’autore dei Buddenbrook e de La morte a Venezia.

Thomas Mann ci mostra che l’ispirazione non è un dono capriccioso, bensì una condizione che nasce dall’ambiente, dal corpo, dal tempo. La scrittura è influenzata dalle ore di sonno, dalla dieta, dal caffè bevuto al mattino, dalle sigarette fumate mentre la pagina prende forma. È come se la carta, suggerisce Mann, avesse bisogno del fumo, del silenzio, della ripetizione per accendersi.

Il fascino di “Nell’officina dello scrittore” di Thomas Mann, Olschki sta proprio in questa visione quasi artigianale della letteratura. Scrivere non significa attendere passivamente l’idea giusta, ma costruire le condizioni affinché qualcosa possa accadere. Ogni giornata è una negoziazione tra volontà e stanchezza, tra rigore e abbandono.

Mann racconta la scrittura come un processo che confina con l’alchimia. Da un lato c’è la precisione, la struttura, la disciplina borghese che ha sempre caratterizzato la sua figura pubblica. Dall’altro c’è un misterioso cortocircuito interiore, un punto di attrito tra creazione e distruzione, da cui può scaturire il capolavoro ma anche il fallimento.

Leggere “Nell’officina dello scrittore” di Thomas Mann, Olschki significa comprendere che la grande letteratura nasce spesso da una routine apparentemente banale. Non da gesti eroici, ma dalla capacità di tornare ogni giorno alla scrivania, accettando la fatica, l’incertezza e persino la noia. In questo senso, il libro diventa una lezione silenziosa sulla perseveranza, più che sull’estro.

C’è poi un elemento profondamente umano che attraversa queste pagine: la consapevolezza che scrivere implica anche un consumo di sé. La concentrazione, l’isolamento, l’ossessione per la forma non sono senza prezzo. La creazione letteraria, suggerisce Mann, è sempre anche una forma di logoramento. Ed è forse proprio questa tensione a rendere la sua opera così intensa e necessaria.

Chi è Thomas Mann

Thomas Mann è stato uno dei pilastri della letteratura europea del Novecento, Premio Nobel per la Letteratura nel 1929, autore di romanzi che hanno scandagliato come pochi altri il rapporto tra individuo, società e decadenza. Nato in Germania, esule durante il nazismo, ha fatto della scrittura uno strumento di analisi morale e culturale, un luogo in cui l’esperienza privata si intreccia con la storia collettiva.

La sua idea di letteratura è sempre stata inseparabile dalla responsabilità, dalla forma e dalla disciplina. Ma dietro questa immagine austera, “Nell’officina dello scrittore” di Thomas Mann, Olschki rivela anche un uomo attento ai dettagli minimi, ai ritmi del corpo, alle contraddizioni interiori che alimentano l’atto creativo.

— Alessia Alfonsi

In occasione dei 140 anni della sua fondazione, la Casa Editrice Olschki lancia una serie di iniziative culturali, fra cui la pubblicazione di un grappolo di libri accomunati da un unico titolo: “Nell’officina degli scrittori del Novecento”, attraverso le pratiche, i riti creativi e le abitudini di scrittura di Thomas Mann, Sciascia, Bassani, Michelstaedter, Calvino. Apre la serie, la raccolta di scritti, ripresi da interviste e da articoli apparsi su vari giornali, di Thomas Mann del quale veniamo a sapere, grazie alla brillante traduzione di Lucio Coco, i suoi tempi e le sue condizioni di scrittura, i rapporti con gli aspiranti letterati, mentre affascina sapere le sue letture preferite e i pittori amati, compresi gli eroi e i filosofi, ma pure quelli odiati. Singolare il suo modo di lavorare, con le predilette ore migliori, anche se la vita mondana e i doverosi rapporti con gli altri spesso lo distolgono. E qui si apre l’altro fronte, quello degli strumenti, con la ricerca del pennino scorrevole e della carta senza intoppi: “bianca, assolutamente liscia” e la penna “nuova che scorresse facilmente”, fermo restando, confessa, la noia della correzione delle bozze per cercare nuove avventure creative, ma pure i refusi. L’artista insomma nel suo cantiere, come diceva Gabriele D’Annunzio, con l’idea del prossimo varo dopo avere terminato un libro, per redigere il quale l’alimentazione ha un ruolo di primo piano. Confessioni, insomma, di un genio che si confronta con le sue opere e le sue manie, mentre scorre la domanda: perché il pubblico ama leggere i libri di Mann e perché hanno tanto successo? Interrogativo dalle cento pistole che ai nostri giorni diventa meno interessate, considerata la infinita pletora di scrittori. Un libro “per tutti e per nessuno”, avrebbe detto Nietzsche, ma anche un libriccino per scoraggiare i coraggiosi forzati di romanzi e poesie.

— Pasquale Almirante

Il più grande romanziere tedesco del Novecento apre le porte della sua «officina» creativa. E, in una serie di testi che escono per la prima volta in Italia, racconta i suoi ferri del mestiere. Ma anche i suoi tic

Noi che ci esaltiamo per i romanzi e le poesie, le cronache e la diaristica, siamo anche tutti voyeuristi di come le parole, le idee, le righe, i versi e i capoversi prendano forma nella mente di chi crea e finiscano sulla pagina, carta o monitor che sia. Un libro breve ma prelibato viene a soddisfarci. Thomas Mann, nell’officina dello scrittore (è appena uscito per Leo S. Olschki editore, 34 pagine, 10 euro) ci porta infatti nel laboratorio del «mostro sacro» del Novecento, grazie al racconto dello stesso autore della Montagna incantata (oppure «magica», secondo la traduzione più recente) e dei Buddenbrook.

Onore a Lucio Coco – studioso di patristica cristiana e letteratura mondiale, specialmente russa – che si è preso la briga di rintracciare testi quasi sconosciuti (tutti in tedesco, li ha tradotti). Sono scritti che Mann manda in risposta a questionari e richieste di riviste culturali che lo interrogano sul suo laboratorio creativo, come sui suoi riti e tic, le abitudini, quando si mette alla scrivania.

«Nel 2026 sono scaduti i diritti di pubblicazione su Mann», dice Coco a Allosanfàn, «e, scorrendo l’indice tedesco delle sue opere, ho individuato e quindi rintracciato questi testi. Che sono significativi per la loro immediatezza, con note quasi quotidiane. Non sono “dichiarazioni di poetica” a cui Mann altrove dedica pagine in scritti che si addentrano nella filosofia letteraria».

Curiosando nell’«officina» del romanziere si scopre così la sua disciplina quando si mette all’opera: «Io lavoro dalle 9 alle 12 o 12:30 circa, ogni giorno… Non è costrizione ma un’abitudine e una cosa necessaria», annota. Già, perché per far funzionare un meccanismo narrativo perfetto – prendiamo un capolavoro come quello del soggiorno di Hans Castorp nel sanatorio Berghof di Davos – occorre concentrazione e costanza. E Mann aggiunge: «Sono fresco fin dal primo mattino, mi sfinisco nel corso della giornata fino a una onesta stanchezza la sera e [a essere] socialmente attivo fino a notte inoltrata». Ha la stessa regolarità delle passeggiate delle 15:30 di Immanuel Kant a Königsberg… Benché, nelle risposte telegrafiche che lascia in un «libro degli ospiti», lo scrittore non ha dubbi rispetto al filosofo della Ragion pura. E alla richiesta di descrivere quale sia la sua «invincibile repulsione», va a elencare: «Kant, l’imperativo categorico, la filosofia del funzionario statale». Senza appello.

Commenta Lucio Coco: «Da una parte, Mann affronta con molta serietà le domande che gli vengono poste nei questionari. Altri scrittori anche famosi di cui ho letto le risposte, penso a Stefan Zweig, sono molto più sbrigativi, meno interessanti. Al tempo stesso, il romanziere tedesco rivela con involontaria comicità le proprie routine: come quando racconta che, come massima espressione sportiva, se ne va in giro su un’auto decappottabile».

Mann è sicuramente ironico anche quando riconosce la sua «dipendenza» dal cibo: «Il mio locus minoris resistentiae [“luogo di minore resistenza”] da cui tutto proviene, è lo stomaco. Non dovrei mangiare tanto bene, ma lo faccio lo stesso per mancanza di disciplina igienica, più precisamente; per assenza d’amore per la saggezza». Per non parlare del caffè «bevanda preferita», anche se, decreta, «dopo il pasto è un veleno (ora non voglio veramente berne più)». Il teutonico autocontrollo al tavolo di lavoro, dunque, mostra le sue falle. Tutte debolezze che rendono lo scrittore più simpatico e familiare.

Per quanto riguarda i «ferri del mestiere», elenca la predilezione per la carta «bianca, assolutamente liscia, un inchiostro fluido e una penna che scorra facilmente». E trae la saggia conclusione: «Gli ostacoli esterni provocano quelli interni».

In certi passi di queste pagine si ha la sensazione che Mann si diverta proprio a parlare di queste «soglie» della propria creatività («Io credo che sia sincero», riflette Lucio Coco, «non deve nascondere nulla: ricordiamoci che aveva bruciato i diari in cui parlava dell’omosessualità e quelli sì, evidentemente gli procuravano imbarazzo»).

Qui, al contrario, parla di sé senza troppa pressione (niente complicate Weltanshauung da tracciare, significato e significante di un’opera, messaggio che intende tramandare ai posteri), ma può restare alla concretezza dell’artigiano che espone gli «attrezzi» del suo mestiere. Ovviamente con qualche deviazione teorica: per esempio quando indirizza, stavolta per sua iniziativa, alcune raccomandazioni a un giovane poeta immaginario. Va quindi «in crescendo» con il suo interlocutore: «Se credi di non volere e potere altro al mondo che scrivere, se ti senti così profondamente in relazione con il mondo e con l’umanità che l’unica forma possibile di attività è sognare, sentire, interpretare, creare, l’unica forma possibile di azione è quella attraverso la parola, allora diventa scrittore». Ma, affilato, dà subito l’opzione bis: «Altrimenti niente, altrimenti meglio niente»… E sempre troppo pochi – oggi più che mai – seguono questo consiglio di chi, invece, scrivere sapeva eccome.

— Mauro Querci

La letteratura, oltre che un’arte, è un lavoro. È per questo che accanto alle domande sulla poetica, lo stile e i riferimenti ci sono anche altre domande – più pratiche – che circolano spesso negli ambienti letterari. Come scrivi? Quante ore al giorno? Hai un metodo? La curiosità è comprensibile e nasconde qualcosa di più profondo della semplice voglia di sapere se l’autore o l’autrice di turno scriva di sera o di mattina. Si vuol capire se c’è una formula o un “segreto” per spiegare (e magari insegnare) le tecniche della buona scrittura.

A questo genere di domande Thomas Mann rispondeva con estrema precisione. Lo testimoniamo i sei brevi testi raccolti da Lucio Coco in Nell’officina dello scrittore (Leo S. Olschki, 2026), volumetto tascabile della collana Particelle elementari che riunisce risposte a inchieste giornalistiche e note private composte tra il 1895 e il 1928. Si tratta di materiale considerato minore, eppure è più illuminante di molti saggi più celebri.

Mann lavorava dalle nove alle dodici e mezza, ogni giorno. Produceva al massimo una pagina e mezza di manoscritto, spesso meno. Aveva abbandonato il ritmo di lavoro notturno che lo caratterizzava da giovane e aveva bisogno di scrivere al chiuso; l’aria aperta lo distraeva. La carta doveva essere bianca e liscia, l’inchiostro fluido, la penna nuova; gli ostacoli materiali, sosteneva, creavano ostacoli interni. Non dettò mai nulla e non fece mai ricopiare i propri manoscritti. Le correzioni quasi sempre il giorno dopo; le bozze servivano soprattutto a tagliare.

Sul rapporto tra alcol e creazione aveva idee molto nette. L’unica volta in cui aveva usato mezzo litro di champagne per rispettare una scadenza, aveva ottenuto un effetto sedativo, poco stimolante per la scrittura. Non riusciva a immaginare Wagner che componeva il Tristano in stato di ebbrezza, né Ibsen che scriveva il Costruttore Solness ubriaco. La condizione favorevole alla scrittura per lui era un’altra: riposo, freschezza, lavoro quotidiano, passeggiate, aria pulita, poca gente, buoni libri, pace.

Sapere come funzionava la sua quotidianità lavorativa però non spiega perché Mann scrivesse. La sua risposta a questa domanda è molto interessante: era diventato scrittore perché si sentiva «assolutamente incapace di qualsiasi altra attività». La vocazione, sosteneva, non è questione di poter fare qualcosa, ma di essere qualcosa; e quella determinazione non la si chiede in prestito a nessuno, doveva semplicemente accadere. A un giovane poeta che gli chiedeva consiglio, rispondeva: «Se credi di non volere e potere altro al mondo che scrivere, se ti senti così profondamente in relazione con il mondo e con l’umanità che l’unica forma possibile di attività per te è sognare, sentire, interpretare, creare, l’unica forma possibile di azione è quella attraverso la parola, allora diventa scrittore. Altrimenti niente, altrimenti meglio niente».

Questa logica non è esclusiva di Mann. È forse la costante più ricorrente nella fenomenologia di chi scrive e attraversa biografie e metodi altrimenti inconciliabili. Vanni Santoni lo ha verificato empiricamente per anni attraverso la serie di interviste Discorsi sul metodo, pubblicata su minima&moralia tra il 2013 e il 2019: trenta puntate in cui autori molto diversi tra loro raccontavano il proprio modo di lavorare. Il risultato è una galleria di pratiche incomparabili che però, lette insieme, compongono un quadro coerente sulla natura stessa della scrittura.

Mircea Cărtărescu scrive due ore al giorno, sempre la mattina, producendo due o tre pagine a mano molto fitte. La disciplina, dice, è essenziale; ma ancora più essenziale è «essere predisposti a ricevere un messaggio». La letteratura, nella sua visione, ha livelli distinti: quello professionale, in cui si padroneggia un insieme di tecniche e si lavora con regolarità e poi livelli superiori, dove le tecniche non bastano più e dove entra in gioco qualcosa che assomiglia a una disponibilità ricettiva che non si prescrive né si impara del tutto.

Antonio Moresco lavora per brevi periodi all’anno, cedendo nel resto del tempo ad altre imprese, ma quando piega la testa sul tavolo lo fa con «disciplina militare», sei ore al giorno. Ha scritto La lucina in quattordici giorni e Canti del caos in quattordici anni, ma precisa che non c’è differenza: sono «esattamente la stessa cosa». Scrive nella camera dove dorme, su un tavolino in fondo al letto, spostando pile di manoscritti da un lato all’altro; il suo primo libro lo scrisse seduto sulla tazza del water di un monolocale alla periferia di Milano, di notte, per non svegliare la famiglia. Fa una sola stesura, corregge e tormenta le frasi fino allo spasimo, ma non separa mai l’abbandono ipnotico alla narrazione dal lavoro su ciascuna parola. Il suo problema non è trovare la concentrazione ma allentarla: quando scrive dimentica di respirare, va in apnea, subisce emicranie e in qualche caso persino ischemie cerebrali transitorie. Ha attaccato allo schermo un foglio con scritto a caratteri cubitali: ricordati di respirare.

Michele Mari invece ammette candidamente che se non sta scrivendo un libro la risposta alle domande sulle ore di lavoro è semplicemente zero. Quando scrive, scrive in trance, come sotto dettatura, e non fa riscritture vere: rilegge per togliere, quasi mai per aggiungere. La condizione necessaria è l’assenza totale di estranei e rumori. Quando è dentro un libro, non riesce nemmeno a leggere. Lorrie Moore ricorda di aver scritto tutti i giorni da giovane, con un minimo quotidiano di quattro o cinquemila battute, ed era molto scontenta se non lo raggiungeva. Ora è diventata indisciplinata: «la vita è arrivata, tutta insieme», le cose da fare sono troppe. Poi però aggiunge, con un’onestà disarmante, che quando guarda bene si accorge di prendere appunti sul quaderno tutti i giorni, dunque in qualche modo non ha mai smesso.

Quello che emerge da questa galleria, come già dal volumetto di Mann, è che ogni scrittore costruisce un sistema personalissimo di rituali, condizioni e vincoli e che questi sistemi sono al tempo stesso indispensabili e tutti diversi. Mann aveva bisogno di carta liscia; Dostoevskij, secondo le memorie della moglie, lavorava di notte con i posacenere colmi di mozziconi. Wislawa Szymborska descriveva il lavoro del poeta come «disperatamente non fotografabile»: ci si siede, si fissa il muro, si scrivono sette righe, se ne cancella una un quarto d’ora dopo.

A cambiare le cose poi, c’è anche la tecnologia. Ogni mattina centinaia di milioni di persone chiedono a un’AI di riformulare una mail, trovare un titolo, scrivere un testo secondo le proprie indicazioni; molti lo fanno in silenzio, con la stessa pruderie che un tempo circondava pratiche non dette. Lo stigma è quello del tradimento: l’opera, nella lettura romantica che ancora domina il senso comune letterario, sarebbe emanazione di un soggetto sovrano che crea da zero con totale padronanza e originalità. Se l’autore ammette di aver delegato una parte del processo a un algoritmo, la creazione perde aura.

Il problema è che questa reazione conservatrice poggia su una finzione storica. Come ricorda David Gunkel, l’autore non è un fenomeno naturale: nasce in Europa tra metà Cinquecento e Rivoluzione industriale, quando stampa, Riforma e diritto di proprietà saldano soggettività e mercato. Barthes lo aveva già proclamato morto nel 1967; i large language model rendono quella diagnosi tangibile. La storia dell’arte e della letteratura è d’altronde piena di outsourcing: botteghe rinascimentali che rifinivano mani e drappeggi, amanuensi che copiavano e glossavano, editor che riscrivevano.

Potremmo chiederci allora non tanto se il prodotto finale sia distinguibile (i test condotti su lettori ignari suggeriscono che non lo è) ma se il processo conti qualcosa al di là del testo che genera. L’AI impara a fatica uno stile di scrittura; riesce benissimo a imitare i pattern di superficie ma non a riprodurre la condizione interiore da cui uno stile emerge – quella che Cărtărescu chiama predisposizione a ricevere un messaggio. Chi la tratta come un alleato, deviandola con le proprie idiosincrasie e contestando il suo output, ottiene risultati personali; chi la lascia fare al posto suo avrà testi bene che vada patinati. Attenzione però, perché spesso i testi patinati sono esattamente quello che viene richiesto nel mondo del lavoro – ed è forse questa è la vera questione.

Resta aperta la domanda che Mann lasciava senza risposta, quella sul talento, concetto che definiva «estremamente delicato e difficile», forse determinato dal destino, certamente non riducibile a una misura oggettiva. Il successo, diceva, è un accidente che nulla prova a favore o contro l’opera. E concludeva con un epigramma di Platen: il destino gli aveva distribuito un solo dono, quello della parola; ma con quel dono aveva guadagnato da vivere, procurato amici, piacere, libertà, nome, qualche bene. Come se avere un’unica cosa che si sa fare fosse, in fondo, sufficiente.

C’è una domanda che ogni lettore si è posto almeno una volta, magari sottovoce, sfiorando la copertina di un grande romanzo: come nasce davvero? Non il libro finito, rilegato e perfetto sullo scaffale, ma il gesto che lo precede, il momento in cui qualcuno si siede, prende una penna e decide che oggi è il giorno giusto per scrivere.

Non per forza perché l’ispirazione sia arrivata, o perché sia arrivata una rivelazione improvvisa, ma perché è lunedì mattina e ieri era domenica e domani sarà martedì e nel mezzo c’è una pagina da riempire.

Nell’officina dello scrittore, pubblicato da Olschki Editore nella collana Particelle elementari e tradotto e curato da Lucio Coco, raccoglie materiali inediti di Thomas Mann su questo argomento: il prima, il durante, il corpo dello scrittore al lavoro, i suoi vizi e le sue regole, le sue confessioni e le sue sentenze. Un libretto di trentaquattro pagine che, una volta letto, cambia il modo in cui si guarda qualsiasi libro.

Thomas Mann e il corpo della scrittura: rituali, abitudini e la tirannia dei dettagli

Prima di essere un atto intellettuale, la scrittura è un atto fisico. Thomas Mann lo sapeva meglio di chiunque altro, e in queste pagine lo dice con una franchezza in grado di sorprendere ancora oggi. Il mattino era il suo tempo, una pagina, una pagina e mezza, non di più. Il resto della giornata trascorreva in silenzio, in quel vuoto apparente, «si vive soli e non si parla molto, si è piuttosto taciturni», che non è ozio ma ideazione, la lenta ruminatio da cui prende forma l’opera.

È la stessa condizione che Wisława Szymborska descriveva nel suo discorso per il Nobel: il poeta seduto al tavolo o sdraiato sul divano a fissare il soffitto, capace di scrivere sette righe e cancellarne una quindici minuti dopo, poi un’altra ora di nulla. «Chi potrebbe sopportare di guardare una cosa simile?» chiedeva Szymborska, con l’ironia di chi sa che quella apparente immobilità è il lavoro più faticoso di tutti. Mann non avrebbe dissentito. Il lungo silenzio prima è già scrittura, probabilmente la parte più importante dell’atto di scrivere.

Caffè, sigarette, carta liscia: la liturgia quotidiana di un Nobel

Mann confessa le proprie debolezze con la stessa precisione con cui descrive le proprie regole, e questa doppiezza è uno dei tratti più umani e affascinanti del libretto. Il caffè, che ama sopra ogni cosa, lo considera un veleno durante la scrittura, e rinunciarci gli costa grande fatica.

Le sigarette vengono fumate mentre la penna scorre, quasi in un rito parallelo, come se la carta avesse bisogno del fumo per accendersi, in una combinazione che lo stesso Mann definisce quasi alchemica.

Il sonno è trattato con la serietà di una questione medica: un sonno cattivo è fatale alla tensione creativa, un sonno breve non necessariamente, ma la regolarità è la prima condizione di tutto. Poi c’è la dieta, la consapevolezza che mangiare troppo bene nei giorni di lavoro intenso rallenta, anche se la disciplina necessaria per evitarlo gli manca sistematicamente.

E infine, il dettaglio, la carta deve essere «bianca, assolutamente liscia», l’inchiostro preferibilmente «fluido», la penna «nuova che scorra facilmente», perché «gli ostacoli esterni non provochino quelli interni». C’è qualcosa di quasi commovente in questa cura ossessiva per il dettaglio minuto: uno dei più grandi scrittori del Novecento che si preoccupa della consistenza della carta.

Ma è esattamente qui che risiede la sua lezione più preziosa, il capolavoro non nasce dall’ispirazione, ma dalla capacità di costruire ogni giorno le condizioni perché qualcosa possa accadere. La regola è quella aurea latina: nulla dies sine linea. Nessun giorno senza una riga.

Talento, ispirazione e la verità sulla vocazione alla scrittura

Se il primo livello del libro è quello delle abitudini quotidiane, il secondo è più profondo e più impegnativo: riguarda la natura stessa del talento e il senso di cosa significhi sentirsi scrittori. Ed è qui che Mann si rivela nel suo aspetto più austero e insieme più generoso.

L’ispirazione, per lui, non è un dono capriccioso che arriva e se ne va per ragioni misteriose. È una condizione che si costruisce, che dipende dall’ambiente, dal corpo, dal tempo e che non tollera scorciatoie.

Non esistono paradisi artificiali né bevande miracolose che favoriscano il processo creativo in modo duraturo. La mezza bottiglia di champagne di cui parla, bevuta una volta per riuscire a terminare un lavoro entro il pomeriggio, non aveva agito come stimolo ma come calmante.

Il nemico della scrittura non è la mancanza di idee, ma è la tentazione di alzarsi, di rimandare, di trovare qualcosa di più urgente da fare. Restare seduti è già metà del lavoro. L’altra metà è ciò che Mann chiama «la lotta e la conquista», uno stato che è l’esatto contrario del rilassamento procurato da un bicchiere di birra chiara la sera. Quel benessere serale, chiarisce, porta qualche volta un’idea utile, ma è uno stato fondamentalmente incompatibile con il lavoro vero.

Il talento non basta, serve la necessità

Uno dei momenti più densi del libro è la risposta che Mann dà a un giovane poeta che gli chiede cosa intenda per talento. La risposta non è una formula tecnica né un elenco di competenze. Se credi di non volere e potere altro al mondo che scrivere, dice Mann, con la calma di chi ha risolto questo problema molto tempo fa, se l’unica forma possibile di attività per te è sognare, sentire, interpretare, creare, allora diventa scrittore. «Altrimenti niente, altrimenti meglio niente».

È una sentenza lapidaria che suona come un’assoluzione per chi scrive davvero e come una condanna silenziosa per chi si illude di volerlo fare senza averne la necessità profonda. E non è distante da quello che Dostoevskij aveva detto a un’aspirante scrittrice che lo interrogava sull’ispirazione: «Prendete ciò che vi offre la vita stessa. La vita è di gran lunga più ricca di tutte le nostre invenzioni. Abbiate rispetto della vita».

Due modi diversi, la lucidità razionale di Mann, l’urgenza quasi profetica di Dostoevskij, ma la stessa convinzione di fondo: la letteratura non si inventa, si guadagna. Con il lavoro, con l’onestà, con la disponibilità a restare nell’officina anche quando non succede niente.

Un libro piccolo in una grande collana

Nell’officina dello scrittore non sarebbe lo stesso libro senza il contenitore che lo ospita. Olschki è una delle case editrici più antiche e autorevoli d’Italia, fondata a Firenze nel 1886, specializzata in saggistica storica, letteraria e filologica di altissimo livello, e la collana Particelle elementari in cui questo volume è inserito è una delle sue proposte più eleganti: libri piccoli nel formato, densi nel contenuto, pensati per lettori che non hanno paura della concentrazione.

Il titolo della collana dice già tutto: particelle elementari, mattoni fondamentali, cose minime che contengono dentro di sé una quantità di energia sproporzionata alla loro dimensione. È esattamente quello che è questo libretto.

La traduzione e la cura sono di Lucio Coco, filologo e traduttore che ha dedicato parte del suo lavoro alla letteratura tedesca e alla sua trasmissione in italiano. La sua mano si sente nella precisione della resa, nella scelta di non appiattire le asperità del testo originale, nel rispetto per le oscillazioni di tono di Mann, ora aforistico, ora confessionale, ora quasi ironico verso se stesso.

Perché leggerlo: il valore di un testo che non invecchia

Pubblicato all’inizio del 2026, Nell’officina dello scrittore arriva in un momento culturale in cui il dibattito sulla scrittura, su chi può scriverla, su come si produce, su cosa significa creare nell’epoca dell’intelligenza artificiale, non è mai stato così rumoroso e così spesso superficiale.

In questo contesto, le parole di Mann hanno il valore raro delle cose che non devono inseguire l’attualità per essere attuali. Non parlano di algoritmi né di produttività né di personal branding, ma parlano di un uomo che ogni mattina si siede alla scrivania con la sua carta liscia e la sua penna nuova e affronta, per l’ennesima volta, la fatica di creare qualcosa che non esisteva prima.

Il risultato, in trentaquattro pagine che si leggono in meno di un’ora, è uno di quei libri che cambiano il modo in cui si guarda al lavoro creativo, non rendendolo più facile, ma rendendolo più vero.

I lettori lo ameranno. Gli scrittori, o chi aspira ad esserlo, dovrebbero tenerlo sulla scrivania, accanto alla penna nuova e alla tazza di caffè. Magari berlo prima di cominciare, però. Mann lo aveva detto chiaramente: durante, è un veleno.

— Sara Prian

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